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Le varie fasi lavorative dell'artigianato
locale delle forbici e dei coltelli avevano nomi particolari, non sempre
decifrabili per quanto riguarda l'origine dialettale. Spesso si tratta
di modi di dire fantasiosi, ma sempici, sempre strettamente legati al
gergo tipico degli artigiani. Tutti
gli abitanti del posto, comunque, erano pienamente a conoscenza dei vari
significati delle parole tipiche non solo per il grande numero di botteghe
esistenti, ma proprio per il fatto che non era raro vedere lavorare, accanto
ai padri, i figli pure minori e le mogli all'occorrenza. L'artigianato
era pertanto profondamente penetrato nella vita di tutti i giorni, non
solo per l'economia che generava, ma anche per la sua cultura, la sua
storia, la sua struttura organizzativa. Nelle botteghe difatti, non era
strano vedere organizzare qualche spuntino, quando era il periodo dei
maiale, delle pizze con i ciculi, delle pizze al pomodoro o del pane fumante
appena uscito dal forno, oppure delle vere e proprie cenette cucinate
sul fuoco della forgia: lavoro e vita, vita e lavoro strettamente legati. Le
parole dialettali delle singole fasi lavorative, anche per questo motivo,
non debbono essere perse, ma scritte nelle pagine della storia dell'artigianato.
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FATTI
E ANEDDOTI DELLA VITA DI UN PAESE
la settimana lavorativa, San Giuseppe, il bucato, vicino al fuoco della forgia
| tipologia |
nome dialettale dell'operazione |
La settimana lavorativa.
Quando gli artigiani lavoravano quasi
esclusivamente a mano di solito scandivano il loro lavoro con questa sequenza:
il lunedì mattina si apriva
la bottega, ma subito dopo si andava al mercato dove si girava assieme
agli amici per vedere le mercanzie in vendita a fare anche qualche acquisto.
Il pomeriggio, dopo aver mangiato,
si sistemava qualcosa in bottega e si andava ad acquistare il "capitale"
(il carbon coke, l'acciaio, il ferro filato, il corno, l'ottone, ecc.).
Il martedì si incominciava
ad avviare lo staglio (il lotto settimanale di coltelli), ma si eseguivano
pochi lavori.
Il mercoledì si intensificava
il lavoro gradatamente, ma non troppo perchè si intervallava la
giornata con qualche visita alla cantina per bere un bicchiere di vino
con i colleghi.
Giovedì, venerdì, sabato
e domenica mattina si lavorava di tutta forza per produrre quanto più
possibile e recuperare il tempo perduto. |
Lu
lundì z iapriva la ptec, ma può subt z iv a lu mercat a fa
caccos.
Dop magniat
z iv a cattà lu captal.
Lu martdì
z cumnzav a fà caccos.
Lu merculdì
z facev caccos d cchiù.
Giuvdì,
venerdì, sabt e dmenc a matin z fatijav come miatt. |
Il giorno di San Giuseppe.
Nel giorno di San Giuseppe era diffusa
la tradizione, tra gli artigiani, di cuocere i fagioli dentro un fiasco
di vetro spogliato dell'involucro di paglia.
Si riempiva a mezza altezza
il fiasco di acqua e contemporaneamante si inrtoduceva una quantità
adeguata di fagioli.
Si poneva il fiasco, ben sorretto,
accanto al fuoco della forgia, mentre l'artigiano continuava il suo lavoro
di forgiatura. Lentamente si portavano a cottura i fagioli il cui sapore,
con questo metodo di cottura, era sublime.
Questa tradizione ancora oggi viene
mantenuta viva dal sig. Giuseppe Tasillo, artigiano forbiciaio, titolare
della ditta Lupa. |
A
San Giusepp z cucivn l fescuiol dentr a lu fiasc. Ivn tant buon ca smbiavn
cumbiett.
(Ne giorno di San
Giuseppe si cuocevano i fagioli nel fiasco. Erano tanto buoni che parevano
confetti). |
ll bucato.
Quando si faceva il bucato grande,
cioè si lavavano le lenzuola ed i panni simili, si sfruttava il
fuoco della forgia per riscaldare l'acqua.
Si mettevano a strati in una grossa
pentola di rame, il caldaio, le lenzuola e gli altri pann. Tra luno e latro
strato si interponeva della cenere bianca opportunamente conservata mano
a mano che si produceva nel camino di casa. Alla fine il caldaio veniva
poggiato sulla forgia.
Si aggiungeva l'acqua riscaldata
con un'altra pentola di rame, più piccola, riscaldava anch'essa
sul fuoco della forgia. La temperatura che si raggiungeva era abbastanza
alta. Alla fine si lasciava raffreddare il tutto e le lenzuola, tirate
fuori e sciacquate con acqua fredda, venivano bianche e sterilizzate. |
Lu
cofn (il cofano) |
Vicino al fuoco della forgia.
Vicino al fuoco della forgia, mentre
esso veniva utilizzato per la forgiatura o per la tempera, si realizzavano
contemporaneamente altre lavorazioni artigianali, come il riscaldamento
delle strisce di corno, opportunamente segate dalle corna delle mucche,
per raddrizzarle e renderle pronte a diventare placchette dei singoli coltelli,
o anche il rinvenimento delle molle dei coltelli.
La temperatura del rinvenimento,
normnalmente intorno ai 2oo°, veniva regolata riscaldando le molle
(messe assieme tra di loro in pacchetti da 15-20 pezzi) e poi accostandole
ad un legno apposito: quando esse bruciavano il legno, voleva dire che
erano pronte per il rinvenimento.
Intorno al tale fuoco si svolgevano
molte cose che erano come riti di vita collettiva.
Oltre al cofano già descritto,
nel periodo del granturco si usava mettere un calderone pieno d'acqua per
cuocere le pannocchie. Era l'occasione per riunire nella bottega amici
e colleghi: con un bicchiere di vino si consumava quell'umile, ma saporito
pasto.
Lo stesso se si preferiva la pannocchia
arrostita: sempre sulla forgia.
Nulla si buttava perchè anche
il torsolo della pannocchia andava ad alimentare il fuoco. |
Z
cucivn dentr a lu cavdar l mezzefurr o z fecivn arrusctit.
Ncopp a lu
fuoc z facev dop na fsctarell.
L fuffl z ittiavn
a lu fuoc.
(Si cuocevano
nel caldaio le pannocchie o si facevano arrosto.
Sul fuoco si
faceva dopo una piccola festa.
I torsoli si
gettavano nel fuoco) |